Torniamo sulla sostenibilità declinata questa volta sull’abito da sposa.

Abbiamo detto del low cost che non è necessariamente una scelta sostenibile.

Un’altra soluzione per molti è la seconda mano. Ma stiamo parlando del sogno di ogni sposa. Il potere evocativo dell’abito da sposa è così forte da rendere quasi incomprensibile la scelta di un abito che non solo non sia espressione dei nostri gusti, ma che sia paradossalmente stato già indossato da altri.

A fronte del boom di siti dedicati al second hand, noi non ci sentiamo di condividere questa scelta. Conosciamo le nostre spose e vogliamo il massimo dell’esclusività per ognuna di loro.

Però l’abito da sposa eco-friendly esiste ed ha una diffusione sempre maggiore, anche perché apprezzato sempre di più dalle nuove generazioni.

Vi segnaliamo ora quelle maison che hanno dimostrato finora una maggiore sensibilità al tema.

  • È realizzata in Italia, nelle sartorie di Marche, Abruzzo e Puglia la prima capsule collection di Stella McCartney fatta a mano con viscosa sostenibile.
  • Altro nome importante è Vivienne Westwood sempre in prima linea nella tutela dell’ambiente e nell’approccio sostenibile. Ogni suo capo è realizzato con materiali naturali lavorati a basso impatto ambientale.
  • Un nome sconosciuto ai più ma molto interessante è quello della norvegese Leila Hafzi. Ogni suo capo è realizzato a mano in Nepal da artigiani che lavorano in condizioni economiche ed ambientali dignitosissime. Per colorare i suoi abiti vengono scelte sempre tinture naturali i cui scarti vengono smaltiti rispettando sempre l’ambiente.
  • Sulla scia di Leila Hafzi segnaliamo Sanyutka Shrestha, stilista nepalese che utilizza solo fibre naturali ricavate dalla soia, dal bambù o dalla canapa lavorate a mano su telai tradizionali.
  • Continuiamo l’excursus ecosostenibile con Caroline Lindenlaub, stilista francese che propone abiti realizzati con tessuti come la tussah e la seta selvaggia che provengono dal commercio equo e solidale.
  • Reformation è un brand statunitense che dal 2015 realizza abiti con tessuti recuperati da materiali invenduti e magari destinati al macero.
  • Stessa ispirazione per Lost in Paris, brand made in Australia che realizza abiti con tessuti recuperati nei mercatini dell’usato e cuciti a mano dalle sarte dell’atelier.
  • Celia Grace propone anche abiti in fibra di bambù, lavorati da cooperative di artigiani cambogiani con cui collabora.

Ma abbiamo campioni di ecosostenibilità anche in Italia.

  • Segnalo la sposa etica di Cangiari che utilizza filati biologici lavorati al telaio a mano secondo le regole della tessitura calabrese. Lavorazioni e ricami che nascono dalla tradizione sartoriale che rivive nelle sartorie di Cangiari.
  • Altro riferimento importante è Larimeloom, che realizza abiti minimalisti ed impalpabili con tessuti esclusivamente naturali e lavorati a mano: seta canapa, lino e cotone. Non fanno eccezione le tinture ugualmente provenienti dalla natura (bucce di cipolla e cavoli rossi).
  • Alessia Baldi è per la sposa moderna e minimalista. I filati da lei adoperati possiedono tutti la certificazione GOTS riservata ai prodotti tessili realizzati con fibre naturali da agricoltura biologica. A questo ci aggiunge materiali di riuso e pizzi vintage.
  • Alessandro Tosetti è la soluzione per le spose vegane. Perché la seta utilizzata viene ricavata dal bozzolo, solo dopo la trasformazione della larva in farfalla.
  • Alta Rosa di Firenze oltre a realizzare abiti in canapa e cotone biologico e biodinamico si distingue dagli altri perché omaggia gli sposi di due alberi, gesto importante in chiave ambientalista ma anche fortemente evocativo per la creazione di una nuova famiglia.
  • Follemente Sposa è un atelier di Modena che propone abiti in seta vegana o in sari che è un tessuto prodotto in Bangladesh.
  • Poi ci sono gli abiti di carta di Olivia Maers di Ivano Vitali e di Asya Kozina. La prima usa anche foglie cadute dagli alberi, il secondo cuce la carta con ferri da maglia e uncinetto. La terza utilizza la carta di scarto per realizzare abiti davvero eccentrici ed esclusivi.
  • Mi piace segnalare Anita Dongre, una delle principali maison indiane che promuove le scuole di cucito nelle aree rurali del Paese, impiegando donne che in questa maniera raggiungono l’indipendenza economica attraverso il lavoro. A pensarci è il primo passo verso l’emancipazione femminile che poi è lo stesso percorso fatto dalle sarte e artigiane del nostro paese nel dopo guerra.

Infine un gesto non solo sostenibile ma anche generoso: scegliete il vostro abito, quello che più vi rappresenta e dopo la festa di nozze, donatelo a quelle associazioni che assistono i più bisognosi. Se l’abito bianco vi ha reso felici, provate a condividere la vostra felicità con un’altra sposa.

antoniomarzano

L’abito in copertina è di Larimeloom