C’è un momento, nella vita di ogni essere umano, in cui l’amore si presenta come un caffè nero bollente lasciato sul tavolo di un bar: non te lo aspetti, non lo avevi ordinato, ma ti ci trovi a sorseggiarlo come se la tua esistenza dipendesse da quel liquido nero e fumante. E lì, tra un granello di zucchero e una tazza un po’ ammaccata, capisci che l’amore è un dettaglio. È il modo in cui lui o lei ti fa sentire quando il mondo ti sembra che stia per esplodere. Ma a te non importa, perché tu hai qualcuno con cui guardare i pezzi che volano.

Così ti sei allenato per anni a non innamorarti, a tenere alta la guardia, a costruire intorno al cuore un castello di “non è il momento”, “non sono pronto”, “ho bisogno di trovarmi” e poi basta uno sguardo, uno che ha le calze spaiate o che pronuncia la parola “imbarazzante” come solo lei. E crolla tutto, crolla il castello come una casa di carte francesi al primo colpo di tosse. E tu, invece di arrabbiarti, fai “oh”. Un “oh” piccolo, ma così vero che ti ci potresti sedere sopra e guardare il tramonto.

Certo, l’amore non è solo poesia. È anche litigi su chi ha lasciato il tappo del dentifricio aperto, è quel momento in cui lei ti guarda e dice “stai guardando il telefono mentre parlo?” E tu, invece di negare, ti ritrovi a spiegare perché il video del cucciolo di leopardo che cade dal divano è fondamentale per la tua salute mentale. E tu sai che sta per arrivarti qualcosa addosso. Potrebbe trattarsi di una boccetta d’olio profumato o di un telecomando perché c’è sempre un telecomando da lanciare. Ma sai anche che subito dopo sarete abbracciati a ridere e baciarvi. Per poi fare l’amore. E a proposito di telecomandi, l’amore è un po’ come fare zapping alla televisione di notte: passi da un canale all’altro, trovi un film già iniziato, non capisci nulla della trama, ma c’è una scena di due che ballano in cucina, e resti lì, incollato. Non ti serve sapere come sono arrivati. Ti basta che, per tre minuti, il caos del mondo abbia trovato un senso in un cucchiaio di cioccolato e un “ti amo” detto a mezza voce, come se fosse un segreto che non osano confessare nemmeno alle stelle. E poi c’è la fine. O meglio, ciò che pensiamo sia la fine. Perché l’amore, si sa, è anche un po’ morboso: ti porta a conservare biglietti, foto, quella canzone che non riesci più ad ascoltare senza sentirti un vecchio pomeriggio di settembre addosso. Ma anche lì, tra le macerie di un “non funziona più”, trovi qualcosa che non ti aspetti: la scoperta che il cuore, dopo essersi spezzato, non si ricuce mai uguale. Si ricuce meglio. Con una cicatrice che, se la guardi bene, sembra una mappa. E su quella mappa c’è scritto: “Sei stato qui. Hai rischiato. Hai vinto, anche se adesso piangi.”

Forse, alla fine, l’amore è solo questo: un modo per imparare a perdere senza diventare cinici. Un allenamento a dire “valeva la pena”, anche quando il treno è già partito e tu sei rimasto in stazione con un bouquet di margherite e un biglietto che non hai mai consegnato. Perché nel momento in cui hai scelto di amare davvero, con le calze spaiate e il dentifricio dimenticato aperto hai già vinto la partita più difficile: hai scelto di restare umano, in un mondo che invece ti spingeva a diventare solo un numero, un like, una notifica. Ecco l’amore è un gatto che ti guarda mentre cade il mondo. E tu, invece di scappare, ti inginocchi, lo accarezzi, e gli offri il tuo cuore come se fosse una scatoletta di tonno. Perché sai una cosa? Che anche se il mondo dovesse finire domani, tu avresti avuto il tempo di dire “ti amo” a qualcuno che, per un istante, ha fatto il vuoto attorno a tutto il resto.

Antonio Marzano

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