È un momento storico particolare in cui si fa un gran parlare di matrimoni troppo costosi. Sicuramente come effetto collaterale del matrimonio palermitano di Dua Lipa: tre giorni di festa, 300 invitati, 26 abiti, transenne, patti di riservatezza, un milione e mezzo di euro di spese e una città blindata che ha fatto gridare ai manifestanti “La città non è in affitto”. Ne hanno parlato il Corsera ed il Foglio, ed è letteralmente esploso sui social il dibattito sull’esosità dei matrimoni. Si leggono cifre da capogiro, si commentano i dettagli di lusso, e molti ospiti si chiedono: ma quanto mi costerà, alla fine, partecipare al matrimonio di amici o parenti? Persino il NY Times è intervenuto sulla questione spiegando che «Il regalo di nozze non è più dovuto». Siamo arrivati al punto in cui un matrimonio viene valutato come un’azione di Borsa.
Ma io oggi voglio fare un po’ di sano scempio di questa narrazione.
Il problema non è il matrimonio in sé. Il problema è che troppi sposi hanno confuso la celebrazione con un servizio fotografico per influencer. Si copiano i fiori della star di turno, si copia il taglio della torta visto su TikTok. È tutto un gigantesco copia e incolla con la faccia di qualcun altro. Al matrimonio di Tizia c’era la cabina fotografica? Allora la voglio anch’io. Al matrimonio di Caia c’era il carretto dei gelati artigianali? Allora lo voglio più grande. E così, da una festa che dovrebbe esplodere di personalità, si trasforma in un catalogo Ikea del lusso, dove l’unica cosa originale è il conto salatissimo.
Distinguersi, non imitare. Se volete essere ricordati, cari sposi, non serve replicare gli standard dei VIP di turno. Il matrimonio perfetto non è quello senza sbavature, è quello in cui tutti si sono divertiti come ricci, e il giorno dopo nessuno ricorda il colore dei fiori, ma tutti ricordano la faccia imbarazzata dello sposo mentre balbettava “sì, lo voglio”.
Il vero lusso, cari sposi, è distinguersi con il cuore. È scegliere quel posto dove vi siete incontrati, scrivere i vostri voti senza “prenderli” da Pinterest, suonare la vostra canzone del cuore. È fare sorridere gli ospiti, non sbalordirli con effetti speciali. È condividere la felicità, non esibirla.
Quindi, sì alle celebrazioni importanti. Sì alla condivisione. Sì al divertimento, anche tra una battuta e un brindisi. Ma no al lusso vuoto, no al copia-incolla, no alla gara a chi ha il matrimonio più instagrammabile.
Ma è altrettanto vero che il matrimonio non è una cena tra amici o un compleanno con la torta e via. È un rito, una scelta pubblica, un momento che per la coppia vale più di millemila like. Essere invitati è un onore, non un obbligo fiscale. E partecipare con gioia e senza pensare ai soldi, è un gesto d’amore che va oltre il regalo o il viaggio.
E quindi mi rivolgo a voi, cari ospiti, che state già calcolando quanto mettere nella busta. A voi che guardate il conto in banca e sospirate. A voi che vi state chiedendo se il vostro regalo sarà “abbastanza” o se invece verrete giudicati come gli amici tirchi. Fermatevi un attimo. Fate un respiro. E dimenticatevi, per un momento, di tutto questo.
Perché un tempo il matrimonio non era una transazione commerciale. Non c’era la busta bianca con il bonifico segreto, non c’era il calcolo matematico del “coprire il coperto”, non c’era l’ansia da prestazione economica. C’era una comunità che si stringeva intorno a due persone che iniziavano un pezzo di vita insieme. E il regalo, qualunque regalo, non era un rimborso spese. Era un contributo alla vita.
Voi, cari ospiti, siete lì per un motivo molto più grande di un conto. Siete lì perché quella coppia ha scelto voi per il giorno più importante della loro vita. Non per il vostro portafogli. Per la vostra presenza. Per il fatto che la loro famiglia non è fatta solo di loro due, ma di tutti voi che oggi siete lì sorridenti nella foto di gruppo.
Una nuova famiglia non è un evento privato che si consuma tra due persone. È una promessa che si allarga, che coinvolge, che richiede radici. E le radici non si comprano con i soldi. Si piantano con la presenza, con l’affetto, con la voglia di esserci sempre e comunque.
Quindi, il giorno del matrimonio, quando arriverete con il vostro regalo pensate a cosa state dicendo con quel gesto. State dicendo: “Io ci sono. Io credo in voi”. E quello, sposi miei, vale più di qualsiasi cifra scritta su una busta.
E a voi, sposi, dico: non guardate le buste. Guardate gli occhi di chi le porta. Perché in quegli occhi c’è la vera ricchezza. C’è la comunità che vi ha accolto, che vi sostiene, che vi accompagna.
Perché alla fine, cari tutti, il matrimonio perfetto non è quello con il conto più alto. È quello in cui nessuno ha contato i soldi, ma tutti hanno contato i sorrisi. È quello in cui, alzando il calice per il brindisi, nessuno pensava a quanto aveva speso, ma tutti pensavano a quanto erano fortunati a essere lì.
Antonio Marzano

