Mentre le modelle indossano gli abiti che ancora nessuna sposa ha visto, fuori dalle sfilate inizia il vero spettacolo: quello delle donne che aspettano il loro momento. È ottobre. Le città si accendono di luce dorata e le Bridal Fashion Week aprono le porte a ciò che ancora non esiste per nessuna di loro.

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Dentro le passerelle, le modelle sfilano in silenzio: un passo, un giro, un abito che nessuna sposa ha mai toccato. Ma fuori, c’è un’altra storia. È la storia dell’attesa. Non quella del matrimonio. Quella precedente. Quella che inizia quando una donna, che ancora non sa che sposa sarà l’anno prossimo, si trova a cercare su Instagram l’hashtag #bridalfashionweek2026 come se fosse una preghiera.
Quella che la fa svegliare la notte, non per l’ansia del ricevimento, ma per la paura di perdersi il vestito giusto. Perché il vestito, lo sanno tutte, non è solo un abito. È il primo “sì” che dici a te stessa. E ancora non lo hai detto. Perché ancora non lo hai visto. Fuori dagli showroom le spose non ancora spose si muovono come ombre. Hanno salvato link, foto e numeri di telefono in rubrica.

E ogni mattina, mentre il mondo legge di guerre e bollette, loro contano i giorni. Non quelli del matrimonio. Quelli della prima immagine. Perché la prima foto di una collezione nuova una volta che la vedi, non puoi più far finta di non sapere che esiste. E che forse ti stava aspettando.
C’è una stanza, in ogni città, che può essere un ufficio, uno studio, una casa. In quella stanza una donna ha appeso due foto stampate: la prima è un abito che ha visto su una delle mille pagine instagram, l’altra è l’immagine di sé stessa bambina, a 6 anni, vestita da principessa con la federa della nonna. Tra quelle due immagini, c’è tutto il tempo che non è ancora passato. Poi arriva l’invito. Il messaggio dell’atelier: “Ciao! Sono arrivate le nuove collezioni. “E quel giorno, non è un appuntamento. È una resa. Perché per la prima volta toccherà ciò che ha solo immaginato.

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È il momento in cui il suo corpo impara a esistere nel futuro. E il futuro, per una volta, non è più un giorno: è un tessuto, è un colore, è un peso che prima non c’era. L’attesa che non finisce. Ma anche dopo che ha detto “mi piace, ma voglio vederne un altro”. Dopo che ha fatto la foto allo specchio, senza mandarla a nessuno. Dopo esser uscita e aver pianto in macchina, senza sapere perché. Perché l’attesa non finisce quando si trova l’abito. Finisce quando si smette di cercare fuori. Quando si capisce che il vestito non trasforma: sei già tu, da sempre, nell’attesa. Attesa di essere e di incontrarsi, per la prima volta, con la versione di te che hai sempre immaginato nell’attesa di un abito che ancora non esiste.
Antonio Marzano
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