Stamattina ho letto la bozza del nuovo decreto che disciplina le riaperture, le cosiddette ripartenze in sicurezza. Poi l’ho riletta di nuovo, sperando di sbagliarmi.

E invece no, non mi sbagliavo. Anche a questo giro, la filiera del wedding resta ferma al palo. Nonostante i protocolli presentati per garantire la sicurezza, nonostante il senso di responsabilità dimostrato finora da tutti gli operatori. Abbiamo cercato la via con dialogo, il confronto con tutte le Istituzioni, regionali e nazionali. Abbiamo suggerito soluzioni, proposto alternative, ma niente.

E non parlo di autorizzare i matrimoni già da domani. Io intendo la mancata definizione di una data certa per la ripartenza in sicurezza. Per un settore che vive di programmazione. Perché non ci si sposa da un giorno all’altro. Perché serve pianificare.

Niente, nessuna considerazione per le migliaia di matrimoni annullati, nessuna certezza per le coppie.

E nessun rispetto per una filiera che è motore produttivo dell’economia della nostra nazione. Che produce fatturato quanto l’industria manifatturiera, che pesa sul PIL quanto il fatturato di chi produce beni ritenuti necessari.

Dietro la filiera del wedding ci sono le aziende e le aziende sono fatte da persone che lavorano e che fanno lavorare. Parliamo di 50.000 imprese, di milioni di lavoratori e famiglie che vivono di matrimoni. Imprese che si trovano senza lavoro da mesi. Che continuano a pagare regolarmente tributi e tasse, che sostengono tutti i costi necessari per la sopravvivenza e che dall’estate scorsa non hanno visto un centesimo, se non l’elemosina dei ristori.

C’è una parte dell’Italia su cui il sacrificio economico legato al covid sta pesando particolarmente. E che al momento non ha una prospettiva.

Una parte della nostra nazione che sembra esclusa da quei valori di giustizia sociale che avevano ispirato i Padri costituenti. Quei valori sanciti dall’articolo 3 della Costituzione Italiana “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Oggi c’è una parte d’Italia abbandonata a sè stessa.

Ci sentiamo invisibili, cittadini di serie B, figli di un dio minore.

Ci chiediamo che significato abbia la parola cittadinanza nel momento in cui lo Stato non riconosce più la pienezza dei diritti.

Moralmente ci sentiamo privati della nostra dignità di cittadini.

Ci sentiamo meno Italiani.

E ci chiediamo davvero se non sia il caso di lasciare il nostro Paese.

Vitantonio Marzano