Nel deserto del Nevada, si tiene ogni anno il Burning Man Festival dedicato «alla comunità, all’arte, all’espressione personale e all’autosufficienza». Il nome Burning Man deriva dalla figura a forma di uomo che viene bruciata alla fine del festival. Ogni anno migliaia di persone (70.000 quest’anno), pagano un biglietto di circa 400 dollari, si danno convegno nel deserto e costruiscono Black Rock City, una città che nasce e scompare con il festival. Non ci sono concerti con grandi nomi e non ci sono esibizioni pubblicizzate. Ognuno dei partecipanti è democraticamente libero di organizzare spettacoli, mostre d’arte, performance, workshop e giochi e segnalarli, oppure no, all’organizzazione del festival. Tra le tante opere d’arte proposte quest’anno, una ha una forza suggestiva senza eguali: “Love” dell’artista ucraino Alexander Milov. La scultura esterna realizzata in filo metallico rappresenta due adulti seduti di spalle, mentre la scultura interna rappresenta i due bambini che tendono le mani uno verso l’altro attraverso i fili metallici. L’autore ha spiegato che l’opera “dimostra un conflitto tra un uomo e una donna così come l’espressione esterna ed interna della natura umana. Le sagome dei protagonisti sono realizzate in forma di grandi gabbie di metallo, in cui sono racchiuse le loro interiorità. La loro interiorità ha la forma di bambini trasparenti, che tendono le loro mani attraverso la grata. Al calare della notte, i bambini cominciano a brillare. Questo splendore è un simbolo di purezza e sincerità, che unisce le persone e dà la possibilità di riavvicinarsi quando arriva un periodo buio”. Io l’ho trovato emozionante e meravigliosamente simbolico. Crescendo ci costruiamo inutili sovrastrutture che ci allontanano dagli altri, anzi a volte ci contrappongono. Per non perderci, e per non perdere la speranza e la capacità di amare, bisogna saperci guardare dentro e ritrovare l’innocenza, la curiosità e l’ingenuità che hanno i bambini quando si danno la mano e vanno incontro al futuro.

Antonio Marzano