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Chi non ha mai pensato di aver qualche problema di intolleranza o allergia con un cibo particolare alzi la mano.

La sensazione di essere poco in sintonia con un ingrediente alimentare o una categoria di prodotti sta diventando una “moda”. È quasi un modo per trovare una soluzione a un disturbo generico, all’aumento di peso (correlato all’allergia non si sa bene come), insomma un sistema per dare una risposta anche rapida a un problema di salute. Basta eliminare dalla dieta la categoria alimentare incriminata e si inizia a stare meglio.

A favorire questo atteggiamento, sugli scaffali dei supermercati si trova ormai un ricco assortimento di  prodotti “senza lattosio”, “senza glutine”, “senza grassi”, “senza zuccheri”. Anche in farmacia e in rete sono sempre più numerosi presunti test in grado di stabilire rapidamente e con precisione  la presenza di un’allergia o un’intolleranza alimentare. La maggior parte di questi test non ha validità scientifica, ma si confondono con quelli scientificamente utilizzati dagli specialisti in allergologia, anche perché in alcuni casi sono collegati ad analisi del sangue o altri tipi di strumentazione sofisticate che traggono in inganno.

La maggior parte delle persone non distingue un’allergia da un’intolleranza e questa differenza spesso  è poco chiara anche al personale sanitario.

Un’allergia si manifesta anche quando minime quantità di un alimento scatenano reazioni di gravità variabile, da reazioni esclusivamente oro-labiali fino a reazioni generalizzate molto gravi, in (pochi) casi estremi anche anafilassi con esito mortale. È una reazione causata da un’attività anomala del sistema immunitario mediata spesso dalla produzione di anticorpi IgE. Gli allergeni più spesso responsabili sono: pesca, crostacei, arachidi, frutta a guscio nella popolazione adulta e uova, pesce, latte e derivati nella prima infanzia.

L’intolleranza vera a un alimento non innesca una risposta del sistema immunitario perché è dovuta al difetto di un enzima presente nel nostro organismo, oppure è legata a molteplici altri fattori o ad alcune caratteristiche dell’alimento stesso.

Per esempio, l’intolleranza al lattosio è dovuta alla scarsa presenza nell’organismo dell’enzima che lo degrada e il latte indigerito causa gonfiore, dolore addominale o coliche. Spesso una cattiva alimentazione, il reflusso, la gastrite danno origine a un insieme di sintomi che vengono poi attribuiti erroneamente a intolleranze inesistenti. C’è anche il caso di pazienti che possono avere una ipersensibilità al glutine non celiaca (avviene nei casi in cui un individuo ha tutti i sintomi della malattia celiaca, ma non ha la celiachia).

Sono state individuate le principali sostanze che possono provocare intolleranze farmacologiche (un gruppo di sostanze chiamate amine vasoattive e altre sostanze tra cui la caffeina e l’alcol etilico) e gli additivi che danno più frequentemente reazioni.

Per fare un po’ di ordine, la FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri) ha pubblicato un documento  per illustrare i percorsi diagnostici utilizzati dall’allergologo, elencando  i sistemi inefficaci, che potremmo definire vere e proprie “bufale”.

La percezione di allergia alimentare nella popolazione  è di circa il 20% mentre l’incidenza reale del fenomeno interessa il 4,5% delle persone adulte e fino al 10% circa della popolazione pediatrica. Innanzitutto è importante chiarire la differenza tra allergia e intolleranza, visto che spesso quest’ultima viene citata a sproposito. Entrambe rientrano tra le reazioni avverse da alimenti, ossia “ogni manifestazione indesiderata e imprevista conseguente all’assunzione di un alimento”

Secondo il documento FNOMCeO i test senza alcuna validità scientifica sono molteplici. L’elenco comincia con il test di provocazione-¬neutralizzazione intradermico e sublinguale, i test elettrodermici, i test kinesiologici e altri.

I motivi per cui la gente ricorre a questi esami non sono di tipo economico, ma probabilmente sono  dovuti alla semplicità della procedura che non comporta attese ed è svicolata dalle altre incombenze di una visita specialistica.

I test alternativi non hanno rischi durante l’esecuzione ma di sicuro impediscono a un paziente di scoprire il vero problema. Non diagnosticare allergie alimentari è grave perché in alcuni casi potrebbe mettere a rischio la vita dell’individuo. In altre situazioni si potrebbe correre il rischio di un ritardo diagnostico  o di scambiare patologie gravi come  presunte intolleranze. Sulla base di una diagnosi errata si può creare inoltre dipendenza da regimi alimentari che escludono alcuni cibi senza alcun motivo valido, con limitazioni di tipo psicologico e nella vita sociale. C’è poi il grave rischio di malnutrizione quando  test inaffidabili sono eseguiti in età pediatrica ed evolutiva.

C’è un ultimo elemento da considerare: questi test sono poco attendibili anche perché non sono riproducibili, ovvero se ripetuti possono dare risultati differenti anche nello stesso soggetto.

La diagnosi di intolleranza alimentare è una diagnosi per esclusione: è possibile solo dopo aver indagato ed escluso un’allergia alimentare. L’indagine utilizzata per accertarla consiste nell’individuare l’alimento sospetto, eliminarlo dalla dieta per 2-3 settimane e poi reintrodurlo per altre 2-3 settimane. Se i sintomi scompaiono durante il periodo in cui viene abolito l’alimento e si ripresentano nel momento in cui viene reintrodotto nella dieta si tratta di una reazione avversa al cibo. A questo punto si verifica, attraverso test diagnostici, se è coinvolto il sistema immunitario e se si tratta pertanto di un’allergia; in caso contrario il disturbo è molto probabilmente dovuto a un’intolleranza.

Il trattamento per le intolleranze alimentari, come per le allergie, consiste nell’eliminare dalla dieta o consumare in piccole quantità gli alimenti che provocano la reazione.

 

Dott.ssa Federica Carpagnano

Medico-chirurgo

volontaria LILT BT